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"libere di abortire", dice l'Internazionale. E noi rispondiamo


Il mensile "internazionale", che - a suo dire - raccoglie il meglio della stampa internazionale, pubblica come articolo di punta il pensiero di una femminista che vorrebbe tanto l'aborto normale, comune. E noi gli rispondiamo, attraverso la penna del nostro Giuliano Guzzo

Tanto fumo e niente arrosto. La copertina dell’ultimo numero del settimanale Internazionale, con quel titolo così forte e chiaro – “Libere di abortire” -, illude e basta. Perché lascia intendere al lettore che potrà trovarvi abbondanti argomentazioni a favore della pratica abortiva; ma poi basta dare un’occhiata all’intervento di Katha Pollitt, il pezzo forte di questo numero della rivista, per capire che quel titolone è del tutto ingiustificato, una volgare trappola per attirare lettori. L’intervento della Pollitt infatti, intellettuale femminista particolarmente impegnata sul tema dei diritti, non solo non presenta nulla di nuovo, ma contiene un singolare repertorio di sciocchezze, una macedonia di balle e provocazioni buona solamente a confermare che la bioetica, nel 2014, è come il calcio: tutti, in un modo o nell’altro, si sentono titolati a parlarne ostentando titoli e competenze.

Vediamo alcune delle perle della Pollitt. Scrive che «finché ha la possibilità di abortire, perfino una donna convinta che l’aborto sia un omicidio compie una scelta quando decide di tenersi il bambino. Può sentirsi in dovere di avere quel figlio: Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo. Ma in realtà non è obbligata. Sceglie di avere quel bambino» [1]. Le criticità del ragionamento sono due: l’ingenua esaltazione della scelta e la convinzione se una donna anziché abortire tiene il bambino lo faccia solo perché «Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo». La prima verte sulla considerazione secondo cui ogni obbligo è di per sè malvagio ed ogni scelta in assenza di obbligo è automaticamente buona. Ma allora perché non abolire, per esempio, anche l’obbligo legale di prestare soccorso? Non sarebbe bello che la difesa dell’incolumità individuale fosse lasciata all’amore di un cittadino per l’altro?
In attesa di saperlo, andiamo alla seconda criticità di quanto scrive la Pollitt, la quale associa la continuazione di una gravidanza al fatto che «Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo», mentre tace completamente sulle influenze che possono spingere la donna ad abortire. Il messaggio è il seguente: ogni mamma, anche se non costretta per legge, è stata in qualche modo indotta a diventare tale, mentre la donna che abortisce grazie all’ordinamento giuridico incarna, lei sola, la massima espressione possibile di libertà. Sembra ignorare, la saggista femminista, l’ampia letteratura dalla quale, per esempio, emerge come se il 44% delle donne esprime dubbi riguardo la decisione di abortire al momento della scoperta della gravidanza, al momento dell’aborto il 30% continui ad averne [2]; oppure come negli Stati Uniti, fra il 2000 ed il 2008, a fronte di un lieve calo del tasso di aborto generale (-0,8%), vi sia stato un deciso aumento del tasso di aborto fra le donne più povere:+ 17,5% [3].
Sia chiaro: l’aborto procurato, comportando in ogni caso la deliberata soppressione di un essere umano innocente, è e rimane pratica gravemente ingiusta, quindi per chiunque abbia a cuore la tutela integrale dell’essere umano non ci possono essere eccezioni al divieto di uccidere; ne consegue che la libertà di scelta, laddove c’è di mezzo la sopravvivenza altrui, non può essere tollerata se non all’interno di una prospettiva di accettazione della supremazia del più forte sul più debole. Tuttavia immaginare – o anche solo lasciare intendere, come fa la Pollitt – che alla base dell’aborto non vi possano essere influenze “esterne” (come le economiche) o “interne” (come pressioni familiari, sanitarie, lavorative, ecc.), ma solo, a differenza di una gravidanza portata a termine a causa di pressioni, un insindacabile esercizio di libertà significa prendere in giro le persone.

No, non c’è solo la «coercizione riproduttiva», di cui apprendono i lettori di Internazionale [4], esiste anche – ed è frequentissima – una «coercizione abortiva», ed il fatto che venga taciuta dimostra come certa gente, arrivando ad associare l’aborto ad una “scelta” ed omettendo di descrivere le pressioni a favore dell’aborto,non abbia a cuore la dignità umana e neppure quella libertà della quale, con tanta disinvoltura, si riempie la bocca. La prova definitiva della disonestà della signora Pollitt emerge però in un suo secondo intervento contenuto nella rivista, ancora più sbalorditivo del primo. Valga, per tutti, questo interrogativo che l’intellettuale pone ai suoi lettori: «Ma cosa c’è di così virtuoso nell’aggiungere un altro bambino a quelli dai quali si è già soprafatte?» [5]. Tradotto: avete già due o tre figli? Care donne, se aspettaste un altro figlio correte ad abortire, o sarebbe definitivamente «soprafatte».
Il peggio però deve ancora arrivare. E sfocia, in tutta la sua assurdità, in quest’affermazione: «L’aborto fa parte dell’essere madre e del prendersi cura dei figli, perché parte del prendersi cura dei figli è sapere quando non è una buona idea metterli al mondo» [6]. Se la Pollitt ha ragione, allora anche l’infanticidio e l’uccisione di minori fanno parte «dell’essere madre e del prendersi cura dei figli» e rappresentano una scelta opportuna se non doverosa allorquando una donna – o una famiglia – purtroppo si trovasse, causa crisi economica o disoccupazione o altro, nelle condizioni di non poter più soddisfare certe aspettative che si era fatta sulla crescita e l’educazione dei figli. Se cioè è l’assenza di certi standard di benessere minimi a giustificare un aborto, perché mai se detti standard vengono meno dopo il parto, un figlio dovrebbe essere lasciato nelle condizioni di soffrire? Siamo chiaramente alla follia. Inoltre – anche sorvolando sull’inaccettabilità di queste ed altre affermazioni rifilate ai poveri lettori del settimanale – non si può non notare l’assordante silenzio sulle conseguenze dell’aborto.
Aborto che viene presentato già in copertina come un evento «comune, perfino normale». Scusate, ma se è normale un evento che per la donna comporta più alta incidenza di tumori al seno [7] di isterectomia post-partum [8] depressione, abuso di sostanze [9] e mortalità materna [10], che cosa non dovrebbe essere considerato normale? Se è normale un delitto come l’eliminazione di un essere umano innocente ed indifeso, quale delitto non dovrebbe essere considerato normale? Se è normale seminare così tanta confusione su un tema delicato come quello della tutela della vita innocente, quale menzogna, da domani, sarà più criticabile? Sono solo alcune delle domande che vorremmo porre alla signora Pollitt e a quelli che, più che per l’essere “Libere di abortire”, sembrano battersi per qualcosa perfino di peggiore: l’essere liberi di mentire.
Note: [1] Pollitt K. Parliamo di aborto, «Internazionale» 1078, 21.11.2014;42-43:42; 
[2] Cfr. Husfeldt C. – Hansen S.K. – Lyngberg A. (1995) Ambivalence among women applying for abortion. «Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica»; Vol.74(10): 813-817; 
[3] Cfr.. Jones R.K. – Kavanaugh M.K. (2011) Changes in Abortion Rates Between 2000 and 2008 and Lifetime Incidence of Abortion. «Obstetrics & Gynecology»; Vo.117(6): 1358-1366; 
[4] Pollitt K. Cambiare prospettiva, «Internazionale» 1078:44-45; 
[5] Ibidem; 
[6] Ibidem; 
[7] Cfr. Bhadoria A.S. – Kapil U. – Sareen N. – Singh P. (2013) Reproductive factors and breast cancer: A case-control study in tertiary care hospital of North India. «Indian Journal of Cancer» Vol.50(4):316-21; 
[8] Ossola M.W. – Somigliana E. – Mauro M. – Acaia B. – Benaglia L. – Fedele L. (2011) Risk factors for emergency postpartum hysterectomy: the neglected role of previous surgically induced abortions «Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica»; Vol.90(12):1450-3; 
[9] Cfr. Bellieni C.V. – Buonocore G. (2013) Abortion and subsequent mental health: Review of the literature. «Psychiatry and Clinical Neurosciences Journal»; Vol.67(5):301-10; 
[10] Cfr. Reardon D.C. – Coleman P.K. (2012) Short and long term mortality rates associated with first pregnancy outcome: population register based study for Denmark 1980-2004.«Medical Science Monitor»;Vol.18(9):PH71-6.

Università di Oxford: vietato discutere di aborto


Un dibattito sui temi dell'aborto si sarebbe dovuto tenere all'università di Oxford. La discussione è stata prima rinviata, e poi negata. Abbiamo chiesto ai nostri colleghi inglesi di farci una testimonianza di quanto è accaduto. E l'abbiamo tradotta per voi. 

Non abbiamo chiesto noi di essere nel bel mezzo di una controversia sulla libertà di parola. Ma la libertà di parola è importante, e ci piacerebbe esporre per quale motivo pensiamo che il nostro dibattito di martedì - tra Tim Stanley e Brendan O'Neill su "questa camera ritiene che la cultura dell'aborto in Inghilterra ci danneggi tutti - avrebbe dovuto avere luogo. 

Mentre abbiamo ospitato due tavole rotonde di sole donne l'anno scorso, stavolta si voleva fare cenno alle più ampie questioni sollevate dall'aborto, e Tim e Brendan erano stati invitati in quanto noti commentatori che potevano dare un contributo alla discussione. Ma lo scorso weekend, una pagina di Facebook era stata esposta dalle OxrevFems (un gruppo di femministre di Oxford, ndt), denunziandoci per la nostra scelta di due oratori maschi e minacciando di sabotare l'evento "con mezzi dirompenti". 

In uno scambio di post sulla pagina, uno studente del Christ Church (uno dei college di Oxford, ndt) - dove il dibattito avrebbe avuto luogo, ha chiesto a un attivista di Abortion Rights (“diritto all’aborto”) di "aiutare a stilare una mozione per quel pomeriggio, per annullare l'evento." L'attivista ha replicato: "direi che il miglior terreno per provarci e farlo annullare è la sicurezza, perché non c'è dubbio che diranno un sacco di cose orrende" (La pagina non è più visibile su Facebook).

Quel pomeriggio, due dei membri del nostro comitato parlarono di fronte ad un incontro completamente pieno di gente del Christ Church JCR (letteralmente, Junior Common Room. Di fatto, è il “sindacato” degli studenti di Christ Church, ndt) per rispondere a "brevi questioni pratiche" riguardo l'evento: riguardo ci dissero, le questioni di sicurezza. Ma erano questioni difficili da sollevare perfino per chi proponeva la mozione. Molti membri del JCR chiedevano: è per caso un attacco ideologico alla libertà di parola, con la scusa della "sicurezza"? 

Nel frattempo, la OUSU Women's Campaign (la Oxford University Student Union è il “sindacato” degli studenti dell’Università di Oxford, ndt) prende posizione: in una dichiarazione firmata dal comitato WomCom, accusano la OSFL (Oxford Students For Life, il gruppo pro-life organizzatore dell’evento, ndr), chiedono di scusarci per il fatto di ospitare l'evento e ci chiedono di cancellarlo. Nel caso in cui non l'avessimo fatto, aggiungono: "incitiamo quelli che lavorano all'interno del Christ Church a impedire che l'evento vada avanti. Comunque, se pure dovesse avvenire, incoraggiamo chiunque sia in grado di procedere con una protesta devastante" (La dichiarazione non è più visibile su Facebook).

Sarebbe stato interessante sapere come l'OUSU - che rappresenta tutti gli studenti - si pone riguardo alla partecipazione della OUSU Women's Campaign a questa censura. Ad ogni modo, la WomCam ha ottenuto quello che voleva: il Christ Church ha deciso di non ospitare il nostro evento per motivi di sicurezza. Nonostante si sia fatta una richiesta pubblica e si siano contattati altri college, non siamo stati in grado di ottenere una sede alternativa. 

Quindi, che cosa ci dice il fatto di ospitare un dibattito tutto maschile riguardo agli Oxford Student For Life? Forse, meno di quello che si pensi. I nostri ultimi tre presidenti, e la maggior parte dei membri degli ultimi comitati erano donne; erano donne anche entrambi i precedenti oratori dell'ultimo periodo - la Baronessa Tanni Grey-Thompson riguardo al suicidio assistito, e Michaela Aston sull'essere "a favore delle donne e a favore della vita". Entrambi gli oratori al nostro ultimo dibattito hanno avuto aborti.

E' fuor di dubbio che l'aborto colpisca più le donne che gli uomini. Ma la questione non è così semplice, perché una cultura nella quale l'aborto è praticato comunemente e legalmente - una cultura abortiva - ha implicazioni per chiunque. Per quel motivo, se ne dibatte tutto il tempo nelle classi scolastiche, nei seminari accademici, nei media e in Parlamento, dove all'inizio di questo mese i parlamentari hanno votato per condannare l'aborto selettivo di genere. Comunque, la legge inglese sull'aborto ancora discrimina riguardo ai non nati che hanno disabilità, il che include la sindrome di Down e la palatoschisi: possono essere abortiti fino alla nascita, malgrado siano fondamentalmente sani di fisico, per i quali il limite sarebbe di 24 settimane. Queste sono questioni - riguardo l'eguaglianza, la disabilità e il rispetto per la vita - che vanno oltre la sfera privata, ed entrano nella domanda su quale tipo di società è quella in cui vogliamo vivere. 

Noi vorremmo una società che rispetti la vita dei nascituri, maschi e femmine, sani e disabili, e che provveda a un adeguato sostegno per le giovani madri e le donne con gravidanze difficili. Così come si impegna nei dibattiti, l'OSFL è impegnata nel sostegno alle donne nelle spesso incredibilmente difficili circostanze della gravidanza: per esempio, abbiamo fatto una raccolta di fondi a fine mese per aiutare le giovani madri in situazioni di vulnerabilità. Noi lodiamo le brillanti iniziative per studenti genitori portate avanti dai membri della WomCam, inclusa la nomina di un incaricato per gli studenti genitori e accompagnatori, che aiuterà a rendere la nostra Università un posto accogliente per gruppi di persone spesso dimenticate e marginalizzate. 

Detto questo, non siamo d'accordo con la WomCam su tutto. Crediamo che il nascituro abbia lo stesso diritto di vivere del resto di noi, e quelle donne sono malamente assistite da una società che non offre una soluzione migliore dell'aborto (una cosa detta tempo fa da Mary Wollstonecraft). Così abbiamo invitato la WomCom a ospitare insieme un dibattito sull'aborto nel prossimo trimestre. Nel momento in cui stiamo scrivendo stiamo aspettando la risposta, ma siamo fiduciosi che un dialogo sano possa avere luogo. 

E' rimarchevole quanto si possa imparare da gente che non condivide il tuo punto di vista, e l'università è la migliore opportunità per la maggioranza di noi per farlo. Questa è la nostra risposta alle critiche rivolteci. Se i nostri argomenti sono deboli, discuteteli con noi. Se le nostre motivazioni sono sbagliate, ditecelo. Se i nostri eventi vi infastidiscono, venite e impegnatevi nella discussione. Ma, vi suggeriamo, non provate a spegnere il dibattito. Non siate "devastanti". Perché se si percorre quella strada, la gente inizierà a chiedersi: cosa, di preciso, ti terrorizza della libertà di parola? 

Questa è la questione che interpella tutti quelli che hanno preso parte in questa campagna di censura. La storia ha fatto il giro del mondo - ed è già un pezzo forte nello Spectator di questa settimana, ed è stato ripreso da testate importanti come il Washington Post così come il Philippine Times - perché la gente è scioccata. Loro pensano che Oxford sia meglio di così. Chiamateci ottimisti, ma siamo sicuri di aver ragione. 

Il comitato Oxford Students For Life

Andrea Piccirillo ama la vita!


Pubblichiamo una intervista di Anna Fusina ad Andrea Piccirillo, autore di "Ama la Vita", canzone sul podio allo scorso "cantalavita" di Pavia

Andrea, parlaci un po' di te...

Andrea Piccirillo: Sono nato a Rivoli, in provincia di Torino, nel 1988 e mi sono laureato al DAMS (Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo), specializzandomi in Musica. Da qualche anno sono impegnato a tempo pieno in attività lavorative e professionali legate al mondo dello spettacolo, principalmente in qualità di autore, compositore e cantante. Oltre alla musica però coltivo anche la passione per l’animazione e l’educazione. In particolare ho collaborato alla realizzazione di inni e canzoni per diversi Sussidi Estivi Nazionali. Da qualche anno lavoro presso la RAI di Torino in qualità di animatore dei bambini per il programma “Le Storie di Gipo”.

Da quanto tempo scrivi canzoni? 

Andrea Piccirillo: Ho scritto la mia prima canzone all’età di 16 anni. Da allora non ho più smesso. Parallelamente studiavo canto e tecnica vocale, ma sentivo dentro di me il forte desiderio di scrivere dei testi che mi appartenessero e piano piano ho intrapreso la strada delle canzoni inedite. Un percorso bello, fatto di grandi soddisfazioni, di fatiche, studio e tanta passione. Mi rendo conto che ogni volta che scrivo una nuova canzone ho la possibilità di comunicare agli altri un messaggio importante e per questo motivo voglio sfruttare al massimo questa opportunità.

Come e quando è nata l’idea di “Ama la vita”?


Andrea Piccirillo: La canzone “Ama la vita” è nata nel 2013, in occasione del concorso Nazionale “Cantiamo la vita” di Pavia. Il bando di concorso invitava tutti gli autori a scrivere un brano che parlasse della vita, argomento molto difficile da trattare, poiché ogni cosa fa parte della vita. Dopo qualche ricerca e riflessione, un giorno su una rivista mi saltò agli occhi una poesia di Madre Teresa di Calcutta che inizia con questa frase: “Ama la vita così com'è. Amala pienamente”. Da quella frase cosi semplice e disarmante iniziò il processo creativo.
Qualche mese dopo ero a Pavia a cantare sul palco questo inno alla vita. 

Qual è lo scopo di questa canzone?

Andrea Piccirillo: Come dicevo prima, ogni volta che scrivi una canzone hai la possibilità di comunicare agli altri un messaggio importante. Scrivendo il testo di “Ama la vita”, pensavo alla mia di vita e alla vita delle persone che conosco, fatta di vittorie e di sconfitte, di salite e di discese, e mi rendevo conto che proprio la somma di queste cose, ci rende quelli che siamo. Ognuno può attingere e leggere il testo della canzone sotto più aspetti, ma se dovessi estrapolare un messaggio da consegnare a chi ascolta questa mia canzone direi : “Dobbiamo “Vivere” ogni istante della nostra vita e lavorare per realizzare nostri sogni.”

“Ama la vita” è stata premiata più volte...

Andrea Piccirillo: A Pavia, all’interno del Concorso Nazionale “Cantiamo la vita”, la canzone è salita sul podio, piazzandosi al secondo posto. Ma la più grande soddisfazione passa per Roma. Nell'ottobre del 2013 vinco il concorso “Talenti di famiglia” con questo brano ed ho la grande fortuna di cantarlo in Piazza San Pietro, in occasione dell’incontro mondiale delle Famiglie con Papa Francesco. Un’emozione forte e indimenticabile. Oggi questa canzone è inserita all’interno di uno spettacolo sul Vangelo dal titolo “Un secondo per me”, spettacolo di cui sono co-autore ed attore/cantante. Tra i progetti in cantiere anche un CD, dove troverà il suo posto anche la canzone “Ama la vita”. 

“La vita va pensata con amore, come un dono da custodire”...

Andrea Piccirillo: Sì, spesso ci affanniamo per tante cose materiali come vestiti, viaggi, gioielli e organizziamo nel dettaglio ogni impegno di lavoro, senza risparmiarci. Cosi facendo però trascuriamo molti passaggi quotidiani come la gioia di una chiaccherata, la preghiera, il confronto con un amico, una cena in famiglia. La vita è un dono prezioso che dobbiamo custodire e restituire agli altri con amore. 

Oggi, purtroppo, il dono della vita a volte non è accolto e custodito. Pensiamo ad esempio all'aborto e all'eutanasia...

Andrea Piccirillo: Aborto ed eutanasia sicuramente minacciano il significato della vita. Su questi due temi sono stati fatti tanti discorsi, se ne fanno e se ne continueranno a fare. Io penso che la vita sia un dono che va accolto sempre e comunque, anche quando non coincide con i nostri progetti, e va custodito fino alla fine, anche quando si sgualcisce e apparentemente non conta più nulla, perché in fin dei conti la vita è il più prezioso dei doni.

“La vita è il tempo che spenderai per dare vita ai sogni tuoi...”
Andrea Piccirillo: Io uso questa frase come slogan delle mie giornate. Di sogni ne ho tanti e cerco di dedicare il tempo che ho a disposizione per realizzarli.

  Un saluto ai nostri lettori... 

Andrea Piccirillo: Un saluto a tutti e grazie per aver regalato qualche minuto di attenzione alle mie parole. Grazie per avermi dato la possibilità di raccontarmi. Buona musica a tutti.

Testo della canzone e link alla canzone sul blog di Anna Fusina 

XXXIV Convegno CAV: il futuro comincia qui


Anche a Montesilvano (Pescara), convegno CAV numero 34, i giovani c'erano

« Chi di noi va al convegno CAV?» ci siamo chiesti noi del Movit di Firenze, un mesetto fa. Inizialmente non sapevamo se prendere un pulmino o cosa, poi ci sono state - causa esami universitari e tesi di laurea - diverse defezioni. Ma questo non ci ha spaventati. In quattro, pochi ma buoni, io, Lara, Travisi e Gori, ci siamo indirizzati verso Roma, e poi verso l'Aquila, e poi verso Pescara. 
Il viaggio è stato un po' lungo, ma la musica ci ha fatto compagnia. 

Appena arrivati, appena il tempo di rifiatare e inizia la prima iniziativa in plenaria: parlano Mario Adinolfi, autore di "voglio la mamma", personalità di sinistra in prima fila contro l'ideologia del gender, e Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire e testimone diretta di alcuni episodi delle ultime giornate di Eluana Englaro. 
Molto, molto interessanti. 
Adinolfi è poi stato assediato da quanti avevano colto l'occasione di acquistare il suo libro e farselo autografare. Tra questi, io. 
«Perché questo apparente trionfo senza resistenze dell'ideologia gender, Mario?» gli chiedo, quando siamo da soli. «E' a causa del deserto culturale in cui siamo.» Mi risponde. 
Peccato che la penna che gli avevo dato se l'è tenuta per firmare altri autografi. Pazienza, era una biro. E non era nemmeno mia. 
Al prossimo incontro, Mario.
Nel frattempo era arrivata anche Chiara, e Tony, e sua moglie Giovanna. 
Cena abbondante e un gioco da tavolo al volo. Quando siamo distrutti (si entra subito in modalità Quarenghi) si va a letto. 

Il giorno dopo hanno inizio i lavori. Io, Anna, Lara, Giovanna e Antonella ci indirizziamo al gruppo "Sos Vita", che promette bene. A parlare c'è Giuseppe Grande, e Maria Luisa Ranallo di Udine; e conosciamo la grafica di SOS vita, Sara: il suo sorriso e la sua leggerezza ci conquistano. 
A parte un po' di manutenzione fuori orario ( siamo in tre gruppi nella stessa sala, se non ci mettiamo a cerchio e non piazziamo dei pannelli non riusciremo mai a sentire quel che diciamo) il gruppo scorre piuttosto bene. Questo team ha lavorato sodo e si vede: lo sapete che presto avremo SOS Vita, il numero verde (800 81 3000) per le donne in difficoltà, sarà presto anche una chat room? Alcuni mesi di pazienza, e vedrete che sito ti tirano fuori. 
Pranzo tutti insieme, con Maria Antonietta che ci fa compagnia mentre il povero Giuseppe, come Piergiorgio e Anna, sono prigionieri nell'altro hotel. Ma grazie ad un'abile mossa, scambiamo Anna con Maria Antonietta, così entrambe possono pranzare con chi preferiscono avere vicino.

Nel pomeriggio ci dividiamo. Chi come Trevis si lascia rapire dal gruppo baby-sitting, ottimamente condotto da Maria Chiara e Greta, che si prendono cura delle nostre pianticelle prolife. Chi come Lara diligentemente cerca un altro gruppo, dato che - ci viene detto - il lavoro tra mattina e pomeriggio è identico.
Chi invece si ricorda che non fa parte di nessun cav ed è lì per socializzare, anzi ri-socializzare, trova modalità alternative di trascorrere il tempo. 

Per chi vuole c'è la messa. Gori e Trevis se la perdono, confidando nella messa del giorno dopo che invece, a sorpresa, cambia orario spiazzandoli. 

Calano le tenebre, e dopo un'altra abbondante cena ( mai mangiato tanta pasta in vita mia, due portate mattina e sera!!) ci dividiamo, chi per un Bang al volo (dove mi hanno fatto fuori due volte, una come rinnegato e una come fuorilegge) chi per una visione di un noto film spagnolo che sta riempiendo le sale cinematografiche di Roma e non solo. 

Scopro in questi due giorni che lo scopo dei giochi per Antonella e Chiara non è tanto vincere ma farmi perdere. Credevate voi che si riuscisse a fare un Citadels senza che Chiara mi accoppasse più volte e Anna mi derubasse? Ovvio che no. 

Arriviamo a domenica: che inizia benissimo per me, con una doccia gelata (non in senso metaforico); poi in plenaria, non prima, però, di essersi fatti una passeggiata sulla spiaggia, con Giova, Trevis, Lara, Anna, Antonella, Maria Antonietta e Chiara, alla ricerca di conchiglie per una collana. 
Gli ultimi interventi, che sintetizzano quanto i vari gruppi hanno fatto. 
E poi il pranzo. 

E i saluti: chissà quando ci rivedremo. Parte il pullman del Veneto, e salutiamo Anna. Parte il pullman del Piemonte, e salutiamo Piergiorgio. 
E alla fine partiamo anche noi, salutati da Chiara e Antonella che hanno deciso di partire più tardi in treno. 
Abbiamo la nostra musica che ci fa compagnia, e un Trevis scatenato viola ripetutamente i limiti di velocità. Arrivati alla nostra amata Florence, anche noi, a rate, ci salutiamo. 

Cosa mi porto dietro, a parte una graziosa cartellina e una penna nuova? La consapevolezza che qualcosa sta veramente cambiando. Lo capisco parlando con gli altri, con i colleghi del direttivo, con Sara, con Giuseppe, con Paola. 
Stiamo finalmente per rialzare la testa. Come? Per quale motivo? Se Dio vuole, lo vedrete tutti, chiaramente, nei prossimi mesi. 

Il futuro comincia qui: mai titolo di un convegno fu più profetico. 

EMANUELE PETRILLI 
Movit Firenze e Siena




Fecondazione Eterologa: resoconto della conferenza di Firenze

Pubblichiamo un resoconto della conferenza sulla fecondazione eterologa organizzata dal Movit di Firenze e Siena e tenutasi lo scorso 17 ottobre. 


Venerdì 17 Ottobre si è tenuta presso il Polo di Scienze Sociali dell'Università di Firenze la conferenza dal titolo "Eterologa: prospettive e problemi" organizzata da Movimento per la Vita, Movit Firenze e Siena e Scienza e Vita. 
Hanno presentato il tema i relatori: il Dottor Leonardo Bianchi, docente di Diritto costituzionale dell’Università di Firenze, la Professoressa Assuntina Morresi, docente di Chimica Fisica all’Università di Perugia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, il Dottor Claudio Sartea, Docente di Filosofia del Diritto all'Università Roma Tor Vergata, e Olivia Biagioni, laureanda in Giurisprudenza, appartenente al MOVIT Firenze e Siena. Ha ha moderato l'incontro il Professor Passaleva, Professore associato alla Facoltà di Medicina a Firenze, presidente emerito del Consiglio Regionale della Toscana. L'incontro ha trattato l'analisi non solo del tema della fecondazione eterologa dal punto di vista antropologico e bioetico, ma ha anche analizzato la parte giuridica dello stesso, prendendo in esame alcuni punti della Sentenza della Corte Costituzionale n. 162 del 2014. Il ricorso alla fecondazione eterologa in Italia infatti è diventato legale dallo scorso aprile, a seguito della suddetta Sentenza, la quale ne abrogava il divieto contenuto nella Legge n. 40 del 2004.

Olivia Biagioni ha trattato il tema del rapporto tra i diritti della la madre e quelli del bambino, evidenziando, a partire da alcune sentenze della Corte Europea e della Corte costituzionale, il contrasto tra due particolari diritti dei due soggetti, ovvero il "diritto all'oblio" (cioè il diritto di una madre a dare alla luce il figlio e poi abbandonarlo rimanendo nell'anonimato, o in questo caso il diritto del donatore a rimanere nell'anonimato) e dall'altra il "diritto del figlio a conoscere la propria identità biologica". È stato anche evidenziato come la Corte abbia equiparato la fecondazione medicalmente assistita alla pratica dell'adozione sebbene in realtà esista una sostanziale differenza, trattandosi in un caso solamente del soddisfacimento di un bisogno di una parte mentre nell'altra anche e soprattutto di un aiuto solidaristico per soddisfare alle necessità primarie della parte più "debole", cioè il figlio, che si trova in stato di abbandono. Inoltre si è osservato come con la fecondazione eterologa, e più precisamente nel caso delle donazioni anonime di gameti (cioè come verrà attuata in Italia) vengano meno due principi fondamentali quali il "principio della responsabilità genitoriale" ed il "principio del superiore interesse del fanciullo", il quale risulta evidentemente penalizzato rispetto ai suoi pari in quanto impossibilitato a conoscere la sua identità biologica.

Leonardo Bianchi ha analizzato poi la sentenza della Corte Costituzionale, sottolineando come la Corte abbia di fatto "inventato" due nuovi diritti: il "diritto della coppia di diventare genitori", da soddisfare con tutti i mezzi messi a disposizione dal progresso ed il "diritto alla salute psichica della coppia" . Il Prof. Bianchi ha evidenziato anche, considerata l'arbitrarietà con cui questi diritti sono stati inseriti, che non è da escludere che in un futuro si possa fare appello anche al "diritto alla salute psichica della coppia omosessuale", alla "salute dei single", etc.. Ci sono, è evidente, in ballo interessi economici consistenti che spingono nella direzione della determinazione dei diritti di ciascuno da parte della scienza e del progresso (coincidenza di ciò che è lecito fare con ciò che la scienza mi dà la possibilità di fare). Il punto è: la libera autodeterminazione del soggetto, da chi è stabilita? Si deve dedurre dalla Costituzione oppure è dettata da scienza e tecnica? Con questa sentenza, ribadiva Bianchi, la Corte ha dato credito ad una concezione individualistica delle libertà, libertà cioè dei singoli individui e non libertà di un singolo in relazione ad un contesto sociale in cui esso è inserito.


Dal punto di vista più scientifico poi, Assuntina Morresi ha supposto di dover applicare la sentenza della Corte Costituzionale (poiché il Presidente della Corte aveva ripetutamente rilasciato dichiarazioni in merito alla sentenza, sostenendo che dal momento dell’approvazione della stessa si poteva partire con la pratica della fecondazione eterologa senza ulteriori indugi o ostacoli) e poi il documento contenente le direttive per le Regioni e le Province Autonome.

Nel documento si stabilisce che ci debba essere un limite al numero delle donazioni, ma ciò è nella pratica impossibile da realizzare in quanto in primo luogo non è chiara la definizione di donazioni, e in secondo luogo perché per fare ciò sarebbe necessaria la tracciabilità (dalla donazione al nato), non possibile in Italia in quanto le donazioni sono anonime, oppure un registro dei donatori, anch’esso impossibile per lo stesso motivo e poiché i gameti vengono per il momento dall’estero. Anche il Professor Passaleva ha evidenziato la fragilità e le contraddizioni di molti altri concetti e definizioni, quali la “scelta delle caratteristiche fenotipiche del donatore”, che sembra in alcuni punti tassativamente non determinabile dalla coppia, ma allo stesso tempo si garantisce che “in considerazione del fatto che la fecondazione eterologa si pone per la coppia come un progetto riproduttivo di genitorialità per mezzo dell’ottenimento di una gravidanza, il centro deve ragionevolmente assicurare la compatibilità delle principali caratteristiche fenotipiche del donatore con quelle della coppia ricevente” (Documento sulle problematiche relative alla fecondazione eterologa a seguito della sentenza della corte costituzionale nr. 162/2014, Conferenza delle regioni e delle province autonome)

Inoltre la Dottoressa Morresi ha evidenziato la presenza di un vuoto normativo preoccupante in quanto l’unico documento che riguarda la fecondazione eterologa in Italia è l’accordo tra le Regioni, che è solo di indirizzo, e non può normare questa pratica anche perché il documento in questione non contiene sanzioni, ed è, come già accennato, impreciso e contraddittorio.


Claudio Sartea ha trattato il tema dal punto di vista per lo più antropologico. Non si tratta infatti tanto di una questione di credo religioso o di convinzione politica: si parla dell’uomo. E prima ancora di prendere posizione, prima di schierarsi a favore o contro, non si può prescindere da un dibattito sui temi importanti e fondamentali alla base di questo tema. Non si può negare che si tratti di una profonda metamorfosi delle categorie di padre e madre, di genitori e di figli. Ha inoltre fatto un ulteriore distinguo tra l’adozione e la procreazione medicalmente assistita, in quanto con quest’ultima “al diritto viene affidato l’arduo(..), compito di dare una veste legale alla finzione: ma non già ad una finzione pietosa, come quella adottiva, bensì per la prima volta ad una finzione intenzionale, che non risolve il problema del bambino ma lo progetta e poi lo mette problematicamente al mondo come figlio legale di individui diversi da quelli di cui è figlio secondo la linea germinale.”

Molti sono gli interrogativi che questo incontro ha suscitato, sia nel pubblico che tra i relatori stessi.

In Europa la fecondazione eterologa è praticata da molti anni, durante i quali ad esempio è stato tolto l’anonimato del donatore, poiché a distanza di anni i cosiddetti “figli dell’eterologa” hanno creato in tutto il mondo, soprattutto tramite la rete, associazioni tramite le quali tentavano di risalire alla propria identità biologica. Per cui viene da chiedersi: perché l’Italia introduce invece l’anonimato, non considerando queste precedenti esperienze degli altri paesi?

E a livello più generale, tornando anche alla sentenza della Corte: esiste il “diritto a diventare genitori”? Può un figlio essere considerato un diritto? Se veramente le donazioni saranno anonime, siamo certi che questi figli verranno mai a sapere come sono stati concepiti? Certo, i test genetici sono sempre più frequenti, per vari motivi, e allora forse non sarebbe meglio una trasparenza dei dati fin dalle fasi iniziali? Ma anche volendo, come è possibile fare questo senza una seria regolamentazione a riguardo? Chi deve essere maggiormente tutelato, il donatore nel suo anonimato per evitare coinvolgimenti futuri o il figlio nel suo bisogno di conoscere la propria identità? I genitori nel loro desiderio di realizzare i propri desideri o i figli nel bisogno di sentirsi parte di una storia familiare che li precede? Lo Stato, la giustizia, chi devono in questi casi tutelare?

Certamente ognuno di noi prenderà una posizione riguardo a questa tematica, che potrà essere favorevole o contraria, ma non è questo il punto. Il punto è che si tratta di un tema innegabilmente complesso e delicato, e l'errore più grave non sta tanto nel togliere dalla legge il divieto di fecodazione eterologa, e quindi nel dare il via a questa tecnica, ma nel banalizzare la sua portata a livello antropologico, procedurale, etico e giuridico. 

Elena Abate
Movit di Firenze e Siena




Si parla di eterologa a Firenze

Convegno sulla fecondazione eterologa organizzata dal Movit di Firenze e Siena

Giorni addietro, ricorderete un articolosu giovani prolife riguardo alla fecondazione eterologa.
Non lo ricordate? Male! Eccolo qua, rileggetelo.

Come ricorderete la questione dell'eterologa è particolarmente sentita dai prolife toscani, perché - sempre come è scritto nell'articolo ormai celebre - il presidente della Giunga Regionale Toscana, Enrico Rossi, ha deciso di partire lancia in resta, contro tutto e contro tutti (legalità compresa) con questa eterologa che a quanto pare è un suo pallino.

Ma è anche uno dei nostri pallini. E quindi abbiamo sentito l'esigenza di parlare, dentro all'università, di eterologa.

Lo faremo venerdì 17, alle ore 16, presso il polo di scienze sociali (edificio D6, stanza 004).

Oltre ai saluti del preside della scuola di Giurisprudenza, Prof.  Paolo Cappellini, e avvalendoci dell'opera di moderatore del presidente del movimento fiorentino, il Prof. Angelo Passaleva, parleranno:
- Olivia Biagioni, una laureanda membro del movit di Firenze e Siena, che sta scrivendo una tesi che tocca anche aspetti relativi eterologa, e che quindi ci porterà la freschezza dei suoi studi;
- Leonardo Bianchi, che è ricercatore di diritto pubblico nell'università di Firenze, da sempre molto attento alle tematiche di bioetica;
- Assuntina Morresi, che è professoressa associata di Chimica Fisica all'Università di Perugia, e membro della commissione nazionale di bioetica;
- Claudio Sartea, che è ricercatore di Filosofia del diritto all'università di Roma Tor Vergata.

Vi aspettiamo numerosi!

Il Movit di Firenze e Siena







Sindrome del Sopravvissuto


Dare un nome al dolore: un libro uscito da poco. Anna Fusina intervista l'autrice nel suo blog, e noi ne riportiamo qualche estratto. 



- Molti pensano che l'aborto volontario sia un problema che riguarda solo la madre...

Dott.ssa Foà: Pensare che l’interruzione di gravidanza volontaria sia un problema che riguarda solo la madre - e il bambino - corrisponde ad una visione semplicistica della realtà. Il concepimento di un bambino coinvolge innanzitutto un uomo e una donna, che insieme al bambino sono i protagonisti della tragedia: ma non si devono dimenticare gli eventuali fratelli dei bambini abortiti e naturalmente tutti coloro che hanno giocato qualche ruolo nella decisione di abortire o che hanno collaborato all'aborto, cioè i parenti stretti, il personale medico e paramedico e, in ultima analisi, la società nel suo complesso (ciò vale in particolare nel caso delle minorenni, ma non solo). La legge 194/78, che ha legalizzato in Italia l’interruzione volontaria della gravidanza, ha di fatto abbassato la consapevolezza della gravità dell’interrompere una gravidanza in corso e mette persone come medici, infermieri ed ostetriche in condizione di collaborare alla decisione di abortire presa da altri. L’impatto dell’aborto sugli operatori sanitari sta diventando sempre più evidente, il numero degli obiettori di coscienza sempre maggiore e molteplici sono le dichiarazioni di medici che, dopo aver effettuato per anni interventi di interruzione di gravidanza, dichiarano di non essere più disposti a farlo: per citare un caso italiano tra i molti, ricordo Piero Giorgio Rossi, ginecologo che dal 1992 ha effettuato circa 1000 aborti presso la clinica Mangiagalli di Milano, per diventare, dopo vent'anni di pratica clinica, obiettore di coscienza e strenuo oppositore dell'aborto; o il defunto Bernard Nathanson, che dopo oltre 60.000 aborti effettuati negli Stati Uniti ed un passato di attivista a favore delle organizzazioni abortiste divenne una delle voci più forti del movimento pro-life americano.

- Cos'è la "sindrome del sopravvissuto"?


Dott.ssa Foà: E' una sindrome da pochi studiata, di cui è stata teorizzata da tempo l'esistenza e della quale possiamo ben immaginare la vastità di proporzioni: i dati dicono che una famiglia su cinque nel mondo ha vissuto un aborto. Grazie agli studi di Ney, che è colui che l'ha evidenziata tra i primi, si stanno raccogliendo dati su persone che hanno fatto esperienza di tipi diversi di sindrome del sopravvissuto. Se ne sono individuati molti, tra cui: situazioni di bambini che statisticamente hanno poche possibilità di sopravvivere alla gravidanza; bambini i cui genitori hanno pianificato l’interruzione di gravidanza; bambini i cui fratelli sono stati abortiti prima/dopo di loro; bambini che sanno che avevano molte possibilità di essere abortiti perché handicappati o del sesso sbagliato o perché nati fuori dal matrimonio; bambini che sarebbero stati abortiti se solo i genitori avessero potuto; bambini che non sono stati abortiti solo perché i genitori hanno tardato tanto a decidere e non lo hanno fatto solo perché la gravidanza era oltre il termine legalmente consentito per l'aborto; bambini il cui gemello è stato abortito; bambini che sono sopravvissuti durante l’aborto effettuato tramite isterectomia o soluzione salina (in quest'ultimo caso un grande e lungo ago viene inserito tramite la parete addominale della donna e nel sacco amniotico: si aspira un po’ di liquido amniotico e si inietta una soluzione salina concentrata, con conseguente avvelenamento acuto da sale, che corrode, brucia lo strato esterno della pelle del bambino. Disidratazione, emorragia del cervello, gravi danni agli organi, procurano una grandissima sofferenza nell’embrione portandolo ad una morte lenta e con atroci dolori, indicibile sofferenza, spasmi e contrazioni. L’agonia dura alcune ore).
Dalle situazioni suddette emergono enormi conflitti che hanno ripercussioni sull’individuo e di conseguenza sulla società.
Le ricerche condotte da Ney, psichiatra infantile e psicoterapeuta canadese, indicano che nei Paesi in cui ci sono stati livelli alti di aborto sussistono maggiori difficoltà economiche, inefficienze governative e disagi sociali. Uno studio relativo ad una provincia canadese dove c'è il più alto tasso di aborti ha verificato che anche il tasso di abuso sui bambini è il più alto. Questa ricerca conferma che l'aumento di abuso sui bambini in Canada è da correlare all'introduzione dell'aborto libero.

Allora è lecito chiedersi: cosa succede alla persona-figlio sopravvissuto ad un aborto? I figli che ce l’hanno fatta e quindi sono venuti al mondo, come stanno? Come vivono nel profondo le relazioni con i genitori e con gli altri?

Il tema è complesso: come abbiamo visto, la sindrome da sopravvissuto all'aborto colpisce sia coloro che sono sopravvissuti ad un tentativo di aborto, sia fratelli di bambini abortiti dalla madre.
Questi bambini sono afflitti dal senso di colpa per il fatto di essere vivi ed hanno problemi esistenziali originati da una domanda fondamentale, anche se non sempre consapevole: «Mamma, se ci fossi stato io al posto suo, avresti ucciso me?». Come difendersi? I bambini sanno che non possono sopravvivere senza genitori e di conseguenza faranno di tutto per compiacerli, anche a scapito delle loro scelte. In questo modo, i bimbi si rendono capri espiatori di se stessi per evitare di essere maltrattati o ignorati. A causa di questa situazione si pongono molteplici domande: “Come faccio a fidarmi di mia madre e di mio padre? Loro dicono di amarmi, ma cosa hanno fatto al fratellino? Allora che cos'è l’amore? Come è possibile credere all’amore dei genitori?” Questi dubbi sono un elemento di conflitto interiore e disturbano la crescita ed ogni progetto di vita: il senso di colpa paralizza la volontà in modo inconsapevole. Chi soffre in modo grave di questa sindrome non riesce a portare avanti la propria vita, non si realizza e resta come bloccato senza darsi ragione del perché.

- Da quello che ha detto finora, si evince che il consenso informato firmato dalle donne che si accingono a sottoporsi alll'IVG non è realmente "informato"...

Dott.ssa Foà: Ormai si firmano consensi informati per qualunque cosa, ma non ho mai visto nulla che informasse le donne su cosa sia lo stress post-aborto prima che esse abortissero. Certo è che se il pensiero di base è quello che non ci sia nessuno stress o trauma per la donna dopo la morte del proprio figlio abortito, sarà difficile che venga sottoposto alle donne un documento che attesta che invece esso si verifica...
Qualche mese fa chiesi ad un'amica sudamericana di tradurmi in spagnolo un mio scritto. Ne rimase colpita: era un argomento che non conosceva. Poco dopo restò gravida del quarto figlio. Era seriamente agitata perchè gli altri tre erano comunque piccoli. Questa donna ha avuto la fortuna di essere sostenuta dal marito nei suoi momenti di ambivalenza, ma ogni volta che mi incontra mi dice: “Ho pensato al tuo scritto e non ho abortito”. Dire la verità è a mio avviso il modo giusto per informare le persone e renderle consapevoli.
Tutti hanno il diritto di essere informati, di sapere che dopo l'aborto di un figlio la vita non è più la stessa, che la parte gioiosa di noi si frantuma e che non potremo andare avanti nella nostra vita fino a quando non affronteremo questo dolore [...]

leggi di più sul blog di Anna Fusina 


Buone notizie da Genova


Tornano gli angeli del fango. Ed è una bella notizia

A volte la realtà è in grado di stupirci, di mostrarci cose che non avevamo proprio pensato possibili. 
Sto parlando degli angeli del fango, quei ragazzi di Genova che stanno dando una mano a ripulire la loro città, alluvionata in seguito al nubifragio dei giorni scorsi. 

Sì, siamo d'accordo: non è una cosa nuova. Il termine "angeli del fango" fu coniato per quei ragazzi che diedero una mano nell'alluvione del' 1966 a Firenze. E anche allora fu un fenomeno stupefacente. 

Sì, d'accordo: forse non c'è niente di eroico nel saltare le lezioni a scuola (ammesso e non concesso che la scuola sia agibile). Forse questi ragazzi, senza scuola, senza discoteca né motorino, non trovano niente di più divertente che spalare fango per le strade deserte. Forse per loro è un passatempo come un altro, un passatempo allegro da fare tutti insieme. 

Ma nondimeno, sono stupito. 
Stupito da questa generazione, la mia, la nostra generazione. 
Questi ragazzi cui non si dà un quattrino, tutti presi a smanettare sui loro perfidi touchscreen a scrivere scemenze alle persone lontane, anziché parlare con chi hanno vicino, ci stanno meravigliando. 
Dalla generazione del 1966 forse ce lo potevamo aspettare: talmente impegnati socialmente e politicamente, sia al liceo che nelle università; sarebbe stato una vera contraddizione restare con le mani in mano. 
Ma questa generazione sta dando ai propri detrattori una grande lezione. 


La lezione è questa. 
«Voi pensate che noi siamo una generazione perduta, tra divertimenti facili e l'onnipotente internet che divora i nostri cervelli. Forse è vero che questa roba ci nuoce, anzi è senz'altro vero; e lo sappiamo bene, lo sappiamo meglio di voi. 
Quel che non è vero è che siamo una generazione perduta. 
Se ci buttiamo su giochi stupidi, sui social network e ci chiudiamo alla realtà, è perché riteniamo che quei giochi, quei social, siano molto più veri di quello che c'è là fuori. 
E non perché non sappiamo che è una comunicazione virtuale: lo sappiamo bene. Ma è una comunicazione tra persone vere, cioè noi. Forse non sarà per sempre, ma ancora per un po', noi siamo veri. 
E abbiamo bisogno di messaggi veri, di sfide vere, di obiettivi chiari. Lontani dal trambusto, dalle proteste, dalle critiche spietate. 
Dateci questo: dateci un obiettivo, qualcosa di vero, di sano, di bello da fare. E noi ci tufferemo dentro a questa cosa. 
Abbandoneremo la nostra pigrizia e la nostra noia: cancelleremo tutte le nostre distrazioni. 
Che bello! Finalmente qualcosa da fare. E vedrete come saremo bravi a farla. »
Fine della lezione. 

Ecco quindi che questa generazione, così poco intellettuale, forse lo è perché ha nel cuore la sfiducia in un mondo migliore, in una società più interessante, più stimolante. La sfiducia in un mondo che non hanno creato loro, così come internet. 
Ma date loro un obiettivo vero, e vi sapranno sorprendere. 
Mostrate loro una avventura da vivere, un mondo nuovo da seguire, e lasceranno tutto per andarci. 

Un grazie sentito ai ragazzi di Genova: state segnando un punto a favore della nostra generazione. 

V per Vita



Vivere per poco, ma vivere del tutto


Un bellissimo articolo apparso oggi sul blog del nostro Giuliano 

Anche se il destino che ci attende è uguale, non c’è affatto accordo sul modo di guardare la vita. Fra i tanti modi d’intenderla, oggi sembra prevalere la tendenza ritenere che un’esistenza più lunga e ricca e costellata di soddisfazioni professionali ed economiche sia un conto, mentre vite brevi o poco fortunate, in definitiva, non siano bagliori, tristi lampi senza senso. In quest’ottica, la brevissima esistenza terrena di Shane Michael Haley – il bimbo di Filadelfia nato con una grave malformazione nei giorni scorsi e vissuto meno di quattro ore dopo il parto – rappresenta probabilmente il più lampante esempio di vita non solo inutile, ma persino terribilmente dolorosa: 
 
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